Il Viaggio Dell’Eroe

Il Viaggio dell'Eroe

Una metafora del cambiamento tra mito, immagini e narrazioni

Quando qualcosa nella nostra esperienza cambia, può diventare difficile trovare le parole per descrivere ciò che sta accadendo.

In questi momenti può essere utile una storia.

Non perché la vita debba seguire una trama già scritta, ma perché le immagini e le narrazioni possono dare forma a esperienze che il linguaggio razionale non riesce sempre a esprimere completamente.

Il Viaggio dell’Eroe è una delle immagini attraverso cui la cultura ha rappresentato il cambiamento: lasciare un mondo conosciuto, attraversare l’ignoto, incontrare ostacoli e figure che aiutano o mettono alla prova, attraversare una trasformazione, tornare con uno sguardo diverso.

Il suo interesse non sta nel fatto che questa debba essere la storia di tutti, ma nella possibilità che una storia possa aiutarci a vedere la nostra.

Passaggio roccioso verso il mare

Il cinema come spazio di immagini e relazioni

Il cinema è uno dei luoghi contemporanei in cui questo linguaggio è particolarmente evidente.

Un film non racconta solo la storia di un individuo: mette in scena relazioni, famiglie, coppie, appartenenze, conflitti, ruoli e trasformazioni.

Mostra come una relazione possa modificare il modo in cui ciascuno vede se stesso e l’altro.

È anche per questo che il cinema entra in dialogo con uno sguardo sistemico-relazionale: una storia raccontata al singolare — quella di un protagonista — può riguardare anche il sistema di legami che lo circonda.

Una storia cinematografica può diventare uno spazio di osservazione: possiamo riconoscerci in un personaggio, prenderne le distanze, riconoscere una dinamica che ci è familiare in una relazione.

Non è necessariamente importante trovare “il significato” del film.

Può essere più interessante osservare ciò che la storia suscita in noi: il personaggio verso cui ci sentiamo attratti o da cui prendiamo le distanze, una relazione che ci mette a disagio, una scena che continua a tornare alla mente, una reazione che non sappiamo ancora spiegare.

Jung, Campbell, Hillman: tre modi di leggere il mito

Il rapporto tra immagini, miti e psiche ha un posto centrale nel pensiero di Carl Gustav Jung. Jung distingue l’inconscio personale da un livello più profondo, l’inconscio collettivo, a cui appartengono gli archetipi: forme che si manifestano nei sogni, nei miti, nelle fiabe, nelle produzioni culturali. Un archetipo non è un personaggio già definito — l’Eroe, la Madre, il Vecchio Saggio — ma una possibilità che può assumere forme diverse a seconda dell’esperienza di ciascuno.

È a partire da questo terreno che Joseph Campbell individua una struttura ricorrente in molte narrazioni mitologiche, il monomito: distacco da una condizione conosciuta, ingresso nell’ignoto, prove e incontri, trasformazione, ritorno. Una struttura che ha influenzato moltissimo il cinema contemporaneo — ma qui serve una cautela: il fatto che uno schema ricorra in molte storie non significa che ogni esperienza debba esservi ricondotta. La vita non è necessariamente un racconto lineare, e una crisi non deve per forza trasformarsi in una conquista.

È qui che il confronto con James Hillman e la psicologia archetipica diventa interessante.

Hillman, pur muovendo dalla tradizione junghiana, mette in discussione una psicologia troppo centrata sull’idea di un Io unitario che debba necessariamente procedere verso una maggiore integrazione e padronanza di sé.

La sua attenzione alla pluralità della psiche invita a non trasformare ogni esperienza in una tappa di un percorso già scritto. Da questa prospettiva, anche il Viaggio dell’Eroe è un’immagine tra le immagini — non una mappa universale dell’esistenza.

Dipinto di Paul Klee, Hauptweg und Nebenwege, 1929
Paul Klee, Hauptweg und Nebenwege, 1929

Possiamo attraversare una crisi senza sapere dove ci porterà. Possiamo incontrare qualcosa di noi che non avevamo previsto. Possiamo scoprire che ciò che consideravamo un ostacolo non deve necessariamente essere eliminato.

E soprattutto, il cambiamento non coincide sempre con un maggiore controllo.

A volte ciò che cambia è proprio il rapporto con ciò che non possiamo controllare: l’incertezza, l’altro, il limite, l’imprevisto, una parte della nostra esperienza che non si lascia ricondurre immediatamente a un progetto cosciente.

È una trasformazione diversa da quella del protagonista che conquista qualcosa e diventa finalmente padrone della propria storia.

Possiamo anche scoprire che la nostra storia non assomiglia affatto a quella dell’Eroe. Forse non c’è una chiamata all’avventura, non c’è un ritorno, non c’è una conquista. Forse il cambiamento consiste nel rimanere per un certo tempo dentro una situazione che non possiamo ancora comprendere o risolvere.

Ed è proprio questa possibilità a rendere interessante il mito: non usarlo per spiegare la nostra esperienza, ma per interrogarla.

Tra comprensione ed esperienza

A volte possiamo comprendere molto bene ciò che ci sta succedendo e, nello stesso tempo, continuare a ripeterlo.

Possiamo riconoscere uno schema, capire l’origine di una reazione, sapere razionalmente perché una determinata situazione ci mette in difficoltà. Eppure sapere qualcosa di noi non significa necessariamente riuscire a viverla diversamente.

Le immagini possono creare uno spazio intermedio tra il sapere e il vivere.

Non sempre ciò che ci riguarda si presenta come un pensiero chiaro: può emergere come una sensazione, un’emozione, un’immagine che ritorna, un’identificazione improvvisa con un personaggio. Prestare attenzione a ciò che una storia suscita significa non fermarsi alla sua interpretazione, ma lasciare spazio anche a ciò che sentiamo mentre la incontriamo.

Il Viaggio dell’Eroe, in questo senso, è una delle possibili storie attraverso cui guardare il cambiamento: non un modello da seguire, ma un’immagine con cui entrare in relazione.

Nel lavoro terapeutico, una storia, un film o un’immagine possono offrire proprio questo spazio: avvicinare qualcosa della propria esperienza senza doverla subito spiegare.